Giubileo Napoletano
25 anni fa, il 10 maggio 1987 alle ore 17:47 Napoli veniva sconvolta da un terremoto positivo con epicentro a Fuorigrotta.
Un’edizione straordinaria de “Il Mattino” annuncia alla città, all’Italia e al mondo che è il Napoli è campione d’Italia, lo fa con due parole scritte a caratteri cubitali: “E’ Scudetto” e un enorme scudetto che occupa la prima pagina.
Napoli è in festa, una follia collettiva che fa sembrare il Carnevale di Rio una festa delle medie di un ragazzino brufoloso, la gioia di quei giorni la si può rivedere anche oggi negli occhi di chi lo ha vissuto, basta accennare quella data e subito iniziano a brillare, come un padre che parla della nascita del proprio figlio… una gioia che non si può spiegare.
Una gioia costruita mattone su mattone da Ferlaino e dal suo staff che era riuscito a portare all’ombra del Vesuvio il giocatore più forte del mondo, una gioia desiderata ardentemente da Bruscolotti che aveva rinunciato alle offerte dei club strisciati, che magari gli sarebbero valsi la nazionale, che aveva ceduto la fascia di capitano a Maradona in cambio della promessa del tricolore; una gioia realizzata da Maradona che aveva preso la promessa fatta all’amico come un impegno con tutti i Napoletani, gente che sentiva sua, e riuscì in un’impresa che i Napoletani di tutto il mondo sognavano da una vita.
“Meglio uno scudetto da leoni che 22 da agnelli” uno striscione sintetizzava così la vittoria del sud, la vittoria degli operai contro il padrone, la vittoria di una città simbolo di degrado, vittima (ancora oggi) di razzismo, una vittoria che andava ben oltre lo sport.
Per i tifosi questa data è un tatuaggio, la svolta per altri campionati magnifici che nei momenti più bui sono stati la nostra forza, un ricordo che testimoniava la gioia possibile che forse un giorno potremo ritrovare.
Oggi stiamo sfiorando quella gioia, la accarezziamo e lei scappa via, abbiamo una squadra fortissima ma non abbiamo un guerriero come Bagni, un regista che detta i tempi come Romano, uno che ferma gli avversari e costruisce l’azione come Renica, o uno che ferma il pallone sulla linea di porta con la guancia e si fa prendere a calci in faccia pur di non farla entrare come Bruscolotti (anche se accadde qualche anno prima), gente che sopperiva ai limiti tecnici con un cuore e con un intensità che di solito si vede nei campi di battaglia, non in quelli di calcio: oggi abbiamo un presidente che è un grandissimo imprenditore ma non è un tifoso, vuole un’azienda che funzioni più di quanto voglia un Napoli vincente, e infine avevamo (e per il momento abbiamo ancora) uno stadio che Nino D’Angelo definì casa dove “Viecchie e giuvane cercano dint’ ‘a nu pallone nu poco ‘e pace, nu juorno nuovo, ca se chiamma libertà”
Oggi Napoli ricorda, anzi commemora e celebra il suo giorno di gioia, il giorno che per fortuna ci ricorda che noi siamo capaci di imprese impossibili che Napoli sa di essere il Napoli e quando il Napoli si rende conto che è Napoli non conosce ostacoli.
p.s. mentre altri sono impegnati a fare difficilissimi calcoli tipo 27+1, a noi basta fare un semplice 1+1 e dopo 25 anni il discorso non cambia: meglio 2 scudetti da leoni…












